IL MIRACOLO DI SANT’ALESSIO

La prima volta che incontrai Harry Salamon correva l’anno 1979 e l’occasione fu una proposta di Egidio Gavazzi, a quei tempi direttore della rivista “Airone”, (a quei tempi una sorta di versione italiana del “National Geographic Magazine” con una tiratura di oltre trecentomila copie, dedicate a un pubblico fino a quel tempo considerato del tutto insensibile ai temi naturalistici).
“Salamon sostiene di essere in grado di far riprodurre sotto controllo falchi pellegrini” mi aveva detto Gavazzi, “ho bisogno che tu agisca da ispettore morale per confermare o smentire queste sue affermazioni”.
Mi misi all’opera, senza sospettare fino in fondo tutto ciò che ci aspettava e constatai anzitutto che ciascuna delle coppie di falchi pellegrini curate da Salamon aveva a disposizione uno spazio di circa 80 (ottanta: 5,50×4,50×5,50) metri cubi strutturato secondo i criteri messi a punto da Tom Cade, un ricercatore americano che pochi anni prima aveva ottenuto la riproduzione della specie presso la Cornell University, stato di New York, con lo scopo di rilasciare i giovani in natura e con ciò di rifondare una popolazione che, a causa dei pesticidi, si era estinta completamente dagli stati orientali. Giorno dopo giorno, potei constatare la deposizione delle uova, la nascita e il relativamente rapido sviluppo dei nidiacei. Fu un’esperienza straordinaria che mi convinse completamente della bontà degli argomenti di coloro che parteggiavano per la gestione degli animali selvatici ai fini della loro conservazione e reintroduzione. Mi convinse inoltre tosto e irreversibilmente del fatto che Harry Salamon fosse una figura straordinaria, paragonabile a Peter Scott e a Jean Delacour.
Da allora, anno dopo anno, ho assistito agli straordinari risultati della gestione di quel modesto tratto (dieci ettari circa) di pianura umida pavese che circonda lo storico castello di Sant’Alessio, oggi trasformata in una sorta di bosco umido attrezzato denominato alquanto riduttivamente “l’oasi”, dico riduttivamente perché da qui hanno preso le mosse le reintroduzioni di diverse specie di uccelli, l’espansione delle popolazioni di numerose altre e la fondazione di un particolarissimo ambiente naturale che potremmo considerare un modello sia come zoo del futuro, sia come centro di moltiplicazione di specie minacciate, sia come centro di ricerca eco-etologica su specie rare o non facilmente osservabili in natura. In definitiva, l’”oasi” di Sant’Alessio è oggi una sorta di prodigio ecologico che esprime con la sua straordinaria naturalità il genio del suo fondatore, il lavoro quotidiano suo e dei suoi collaboratori che ormai da quasi mezzo secolo spendono energie personali e risorse materiali per il bene presente e futuro di diverse comunità di animali che evidentemente apprezzano tutto ciò che viene fatto per loro e anche per il bene di una comunità umana che, inizialmente scettica e persino cinica, oggi sembra imbambolata in un’ammirazione segreta che è concreta e forse anche velata da una certa invidia ma pare divenuta inesprimibile a causa della particolarità dell’oggetto realizzato che mal corrisponde alle idee preconcette degli esseri umani chiamati a giudicare burocraticamente le opere troppo straordinarie per le menti ordinarie che ne hanno originariamente concepito, anche in modo onesto e ragionevole, le linee guida. Questa istituzione pare a prima vista debordare fuori alle righe ma in realtà le righe le riempie tutte e ancora aggiunge parole e frasi su carta quadrettata e anche carta bianca. Ma davvero a qualcuno può parere giusto penalizzarla per la sua straordinaria originalità e innovatività?
“Persuasi che la vita si incentivi laddove avviene uno scambio di energia” racconta Harry Salamon, “abbiamo creato boschi e radure, stagni e rive, paludi e terreni asciutti. Ci siamo ispirati ai pochi documenti pittorici dell’ambiente umido più notevole che l’Italia abbia mai avuto, le paludi pontine”.
“La nostra idea di ripristino degli ambienti naturali è stata ampiamente condivisa dagli animali selvatici. Ogni anno aumenta la lista delle specie che scelgono l’oasi per nidificare. Qualcuna di queste specie è stata introdotta da noi (scoiattoli europei, cicogne e spatole) ma la quasi totalità è arrivata spontaneamente. Di questi eventi, il più spettacolare fu la fondazione di una nuova garzaia da parte di ben 200 coppie di Ardeidi di sei diverse specie. Era la prima volta che ciò accadeva in un luogo creato appositamente a tal fine da esseri umani. Poi alla spicciolata si sono insediati picchi rossi maggiori e minori, sparvieri, lodolai, gruccioni, upupe, martin pescatori, allocchi, civette e moltissime specie di uccelli canori (Passeriformi) piccoli, certo, ma spesso altrettanto spettacolari nei colori e nelle forme quanto i grandi: cardellini, verdoni, fanelli, frosoni, lucherini, pettirossi, pettazzurri, usignoli, codirossi, ballerine e via dicendo. Un’altra colonia fondata molto più recentemente (2013) fu quella delle taccole che oggi nidificano numerose nella torre del castello. Senza contare che in inverno capitano visitatori occasionali molto autorevoli, del tipo dei falchi pescatori, degli astori e ancora dei falchi di palude. Tutte queste frequentazioni non hanno finora portato in loco un numero altissimo di visitatori (ad oggi sono trentamila all’anno, insufficienti a coprire i costi di gestione) ma hanno affascinato i fotografi naturalisti fino al punto, secondo l’autorevole fonte yahoo , di portare l’oasi addirittura in terza posizione a livello mondiale per quanto riguarda le presenze dei fotografi naturalisti. Questa straordinaria posizione è anche ben documentata dalla pubblicazione “I segreti dell’oasi” nella quale compaiono splendide fotografie scattate da dodici diversi fotografi.
All’inizio della storia dell’oasi (1973), le specie alle quali Salamon si dedicò furono falchi pellegrini, cicogne e cavalieri d’Italia, tutte e tre considerate più o meno in pericolo di estinzione locale, anche se non sempre con buone ragioni. In particolare, i cavalieri furono subito riprodotti con grande successo, grazie all’alimentazione a base di crocchette per cani suggerita e adottata dal direttore dello zoo di Berna. Oggi, peraltro, esistono in commercio ottime formule di allevamento per un gran numero di specie di uccelli sviluppate soprattutto dai mangimisti tedeschi, olandesi e americani, formule che hanno molto facilitato la propagazione in cattività sia di specie comuni, sia di specie rare e minacciate. Tra queste ultime, peraltro, non sono e mai sono stati compresi i cavalieri d’Italia.
L’oasi, peraltro, non è affatto un centro unicamente dedicato agli uccelli dato che vi sono ospitati anche diversi mammiferi quali castori, lontre, gatti selvatici e persino cavalli di Przewalski, scoperti in natura in Mongolia solo nel 1881 e salvati alla totale estinzione grazie alla cattura di un gruppo di 15 esemplari effettuata poco dopo il 1900 dal famoso commerciante di animali Carl Hagenbeck per conto del noto collezionista duca di Bedford. Come accuratamente racconta lo stesso Salamon nel suo delizioso volume “I segreti dell’oasi”, a partire da quel gruppetto iniziale, fu possibile salvare il cavallo selvatico dal vortice dell’estinzione, distribuire la popolazione in cattività tra vari zoo e addirittura usare, a partire dal 1992, un gruppetto di individui per reintrodurre la specie in Mongolia dove, già nel 1969, era scomparso l’ultimo individuo dell’ultimo gruppo selvatico e dove ora, anche ai turisti, è possibile avvistarne esemplari reintrodotti.
Nell’oasi sono ospitate anche specie esotiche che, a prima vista, potrebbero anche sembrare scelte un po’ casualmente ma che, a uno sguardo più attento, appaiono ben finalizzate a un progetto di divulgazione e di attuazione pratica della conservazione. Mi pare che abbiano un senso di questo genere le collezioni riguardanti la foresta amazzonica, oggi più che mai minacciata da una politica ecologica dissennata e in particolare dei colibrì, ben nota famiglia di minuscoli uccelli consumatori di nettare endemica delle Americhe e in modo particolare delle foreste tropicali della parte centrale e meridionale del continente. Salamon è particolarmente fiero della sua piccola collezione di colibrì avendola di fatto trasformata in una punta avanzata di sperimentazione riguardante la nutrizione di questi uccelli a base di zucchero, ampiamente praticata in tutti i paesi in cui essi vivono, dal Canada fino al Cile e all’Argentina. Ora, a questo genere di facile nutrizione i colibrì si abituano facilmente ma nell’Oasi si è osservato, con costernazione, che, per ragioni di economizzazione dell’energia, i colibrì, pur avendo a disposizione quantità esuberanti dei fiori di cui si nutrono in natura, preferiscono quasi sempre il prodotto artificiale. Dai bicchierini impiegati essi possono suggere in una sola volta oltre dieci volte la quantità di nettare che ottengono da un fiore, e ripetere le abbeverate anche tre o quattro volte. Con il nettare messo a punto nell’Oasi e nel Centro Colibrì di Udine, la scelta, dal punto di vista della salute è indifferente, ma con l’acqua zuccherata può essere esiziale. Da due anni ormai l’Oasi e il Centro Colibrì conducono studi in Perù, Ecuador e Colombia, dai quali già i primi risultati dimostrano che le popolazioni che si recano in massa agli alimentatori a base di zucchero sono soggette a catastrofici crolli, per riformarsi solo dopo mesi di distanza. A ricerche completate –per le quali già si ricorre alla collaborazione di Università locali, si sperimenterà e diffonderà successivamente una ricetta di nettare economico, che si spera sostituirà la micidiale acqua zuccherata.
Questa e altre minori osservazioni dimostrano che, se le specie sono ospitate in ambienti in cui l’habitat originale è ricostruito in modi accettabili, si possono fare, anche in ambiente ristretto, osservazioni di valore scientifico e conservazionistico.
In conclusione, la cosiddetta “oasi” di Sant’Alessio è un’istituzione attivissima sia nella didattica al grande pubblico, sia nella conservazione di specie minacciate, sia nella ricerca applicata alla conservazione. Sono esattamente le attività che oggi si richiedono a un ente di questo genere per poterlo definire e “patentare” come “Zoo” in senso legale. Non vorrei che un tale processo non sia stato ancora messo in moto semplicemente e incredibilmente perché l’oasi di Sant’Alessio è qualcosa di più. Anzi, molto di più, rappresentando senza alcun dubbio un’eccellenza in ciascuna delle tre attività richieste dalla legge.

https://www.facebook.com/renato.j.massa

Renato Massa

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...