OMEGA

Una fine meravigliosa

 

Si ritrovò in uno spazio immenso che in teoria gli sarebbe dovuto apparire vuoto ma nel quale fin dal primo istante sentì chiaramente l’esistenza di presenze, anzi di un numero veramente sterminato di vigili presenze. Non vedeva occhi ma si sentiva osservato, non vedeva orecchie ma sentiva che, se mai avesse potuto proferire parola, sarebbe stato ascoltato e forse anche compreso da molti. Non gli pareva possibile parlare però, perché anche il suo stesso corpo era scomparso e persino il contenuto immateriale della sua testa, quello con cui usava formulare pensieri e tradurli in parole affidandoli alle corde vocali, non era affatto percepibile come prima. I pensieri c’erano però, quelli erano rimasti, ma erano pensieri diversi dai soliti a cui era abituato, non solo nei loro temi – il che era ovvio che fosse in quelle circostanze – ma anche nell’esperienza soggettiva della loro formulazione. Ora stava pensando con chiarezza concetti astratti che tuttavia non avrebbe mai e poi mai potuto tradurre in parole, in nessuna lingua. Del resto, non conosceva più alcuna lingua. Della sua lingua madre e delle altre quattro o cinque di cui conosceva più o meno qualche elemento non sapeva ormai più nulla, anche se la inquietante circostanza, a dire il vero, non lo inquietava punto e addirittura gli pareva che non lo riguardasse affatto. Il fatto è che i pensieri possono esprimere concetti anche senza parole e anzi che le parole li rallentano e li banalizzano come gabbie entro le quali si pretenderebbe di spiegare al popolo cose che è già molto difficile spiegare a se stessi. I pensieri li aveva, eccome, tanto sottili da percepire il rimbalzo che alcuni di essi sembravano mostrare in alcuni punti di quell’apparente vuoto. Tornavano rinforzati, come se qualcuno li avesse compresi e avesse voluto rispondere. Però erano soltanto pensieri di odio o di amore. Ogni altro tipo di pensiero era scomparso perché in quel vuoto apparente di banali eventi terrestri sarebbe parso assurdo e inopportuno. Sentiva anche le gradazioni dell’odio e dell’amore, leggere perlopiù, ingiustificate sempre, occasionalmente più intense e sorprendenti. Una di esse, infine, una sola, gli apparve talmente intensa da stordirlo con la sua luce, ricordandogli la più dolorosa delle sue esperienze giovanili, la morte di sua madre. Fu allora che gli tornò anche alla mente la promessa di Ungaretti, voglio dire non il poeta Ungaretti in se stesso che ormai lui non poteva ricordare in nessun modo ma il suo concetto di madre che attende l’anima del figlio per accompagnarla dinanzi all’Eterno. Gli era sempre parsa tanto amorevole, tanto amabile, tanto poetica quella azione! La nostra personale salvezza sarebbe ben poca cosa se ad essa non si accompagnasse quella delle persone che amiamo, che ci hanno generato, che in parte si identificano con noi stessi e che più di tutte abbiamo amato. Quell’anima ora si era messa a brillare come una stella e i suoi raggi lo investivano e lo riscaldavano. Era una esperienza straordinaria per uno che non era più dotato di un corpo e che un corpo nemmeno più sapeva che fosse. Cercò di avvicinarla nell’unico modo che gli era possibile, lasciando rimbalzare e irraggiare verso di lei l’amore che da lei sentiva giungere in un fiotto inarrestabile e travolgente. Pensò a sua madre, certo, anche se quella parola e lo stesso concetto di maternità e figliolanza non li conosceva più, vi pensò ugualmente in modo struggente e senza dire una sola parola cercò di comunicare con quell’entità che gli pareva proprio la persona che aveva conosciuto tanto tempo prima e della quale, confusamente, gli pareva persino di ricordare l’espressione del viso. Il flusso continuò ad aumentare finché non si convertì in una sorta di linguaggio di energia. Non parlava in senso proprio con sua madre ma con lei comunicava benissimo, anche con fini dettagli, come avrebbero potuto fare due formiche o forse due alberi.

Era lei, ne era sicuro. Non sapeva più che cosa significasse il concetto di madre, non poteva saperlo nel vuoto dei corpi e della memoria, però sentiva che c’era stato un legame straordinario con quella particolare unità energetica. Da lei e con lei aveva iniziato qualcosa, una avventura difficile in una dimensione diversa da quella presente, piena di pericoli e di grandi incertezze, una vita avrebbe detto se ancora si fosse ricordato di che si trattasse.

Spiccò il volo nel vuoto con lei, andando verso nuovi lidi più densi. Le si avvicinò fin quasi a fondersi e insieme si mossero in quel vuoto-non vuoto verso una luce che, a ben guardare, sovrastava e inglobava già tutto e tutti. Era un movimento-non movimento perché la luce era già presente e l’avvicinamento sarebbe parso senza scopo se non si fosse pensato a quello di vedere quella grande luce da un’altra angolazione. Non era possibile, però, perché la luce era sempre uguale da qualunque punto di vista la si guardasse e, a ben guardare, includeva nella sua immensità tutte le luci più piccole che gli erano parse riempire il vuoto. Ben presto, anzi, si rese conto che stavano girando intorno alla grande luce ma che, al tempo stesso erano nel bel mezzo di essa e la solcavano. La luce era ovunque, sopra, sotto, ai lati, davanti, dietro. Se si fossero dovuti orientare avrebbero dovuto riconoscere di essersi completamente persi, ma così andava bene comunque perché, più erano immersi nella luce, più sentivano un senso di profonda pace e serenità. La madre gli sorrise idealmente e gli comunicò che, nel caso in cui avesse avuto sonno, questo sarebbe stato il momento buono per addormentarsi. Allora, di colpo gli venne un gran sonno e, in men che non si possa dire, senza letto, senza coperte e senza nemmeno un divano né una semplice sedia, senza neppure interrompere la sua levitazione, serenamente si addormentò nella grande luce.

 

“È morto” disse il dottore, “il paziente non è riuscito a uscire dal coma ed è morto”.

Forse si sarebbe risvegliato, forse no, ma per il momento dormiva serenamente.

 

 

 

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