IL MANIFESTO DELLA RAZZA DEL 1938 RILETTO OGGI

In occasione dell’ottantesimo anniversario delle cosiddette leggi razziali firmate dal governo Mussolini e controfirmate dal re Vittorio Emanuele III, in qualità di biologo, mi pare opportuno fare alcune precisazioni.

Le summenzionate cosiddette “leggi razziali” del settembre 1938 furono precedute di un mese e mezzo dal cosiddetto “Manifesto della razza” o anche “Manifesto degli scienziati razzisti” (Il Giornale d’Italia, 14 luglio 1938) che ne venne a costituire una sorta di giustificazione pseudo-scientifica, o meglio mitologica. Il Manifesto suddetto fu firmato da dieci docenti universitari dei quali due antropologi, due zoologi e sei titolari di materie diverse come la patologia generale, l’endocrinologia, la neuropsichiatria, la fisiologia, la statistica e la demografia che francamente poco o nulla hanno a che fare con un tema di carattere tassonomico come quello proposto dai gerarchi fascisti di turno. La prima cosa da esprimere è dunque una condanna senza appello degli accademici di quei tempi, (e non solo), disponibili a vendere il proprio nome e la propria inesistente professionalità pur di ottenere visibilità e speranza di ulteriore carriera a costo di ingiuste sofferenze umane.

Per il momento, sorvolo sull’uso ambiguo del termine “razza” che, fino a pochi anni fa, veniva usato indifferentemente per indicare le varietà degli animali domestici prodotte per mezzo della selezione artificiale, le variazioni geografiche degli animali selvatici prodotte dalla selezione naturale e infine le diverse etnie umane, morfologicamente e storicamente riconoscibili. A quei tempi se addirittura due zoologi fascisti mostravano di avere nel merito idee piuttosto confuse. Immaginiamo quanto potessero essere chiare nel merito le idee di gente specializzata in endocrinologia, demografia o statistica!  Ma tant’è: rileggendo con gli occhi di oggi il famigerato Manifesto, facciamo pur finta di vedere, al posto della parola “razza”, la parola “etnia”. Ebbene, i docenti universitari fascisti appaiono, anche con gli occhi del loro tempo, molto ignoranti se non si sono resi conto che in nessun modo un biologo serio avrebbe potuto parlare di una “razza” (o in termini attuali una etnia) ebraica dato che i semiti non sono soltanto ebrei ma anche arabi, e in diversa misura anche berberi, siriani, siciliani, calabresi e d’altra parte gli ebrei non sono soltanto semiti ma anche membri di varie altre etnie che, nei quasi duemila anni intercorsi tra la diaspora di Adriano e il 1938, si sono via via aggregati al popolo israelita a dispetto della sua chiusura nei confronti degli estranei, a dispetto delle ricorrenti persecuzioni ma inevitabilmente data l’immensa varietà di eventi che normalmente hanno luogo in un tempo tanto lungo come quello intercorrente tra il 135 e il 1938 d.C, esattamente 1803 anni.

Peraltro, poiché l’unico mezzo per riconoscere gli ebrei dispersi per il mondo era (ed è) la professione della loro religione, è fin troppo chiaro che il Manifesto era una pura e semplice idiozia accademica che, per mezzo di sproloqui privi di senso, forniva una base mitologica (non voglio usare il termine “pseudoscientifica” che sarebbe un concedere troppo) per una persecuzione di stampo apparentemente religioso ma in realtà avente mire di tipo finanziario. Infatti, tra gli ebrei, popolo ingegnoso rimasto senza terra per quasi duemila anni, erano frequenti personaggi autorevoli che avevano acquisito grande potere economico che ad alcuni faceva decisamente gola.

Oltre a ciò, occorre tenere conto anche di altri fattori: a differenza di cristiani, gli ebrei, per dovere erano tutti alfabetizzati, colti, ogni sabato discutevano in sinagoga sulle sacre scritture e ogni giorno mettevano in dubbio ogni cosa, per propria essenza, tradizione, cultura; nello stesso tempo i cristiani erano in maggioranza analfabeti, pendevano dalla bocca dei potenti e dei prelati. Agli ebrei era impedito avere e coltivare la terra, mentre i cristiani erano servi di essa; i primi per campare commerciavano anche denaro, cosa che ai secondi era vietato: impararono a farlo bene, divennero studiosi laddove per gli altri si esercitava il potere con l’ignoranza, furono coloro che aprirono le rotte commerciali per i nuovi beni da occidente oltre che da oriente; stamparono molti libri. E venne Torquemada e la sua santa inquisizione (e azioni similari nel nord europa); gli ebrei minoranza delle minoranze erano lo specchietto per le allodole di tutti i mali possibili, sfruttando la doppiamente ridicola tesi del deicidio, dove riversare la violenza di massa da frustrazione per tutte le ingiustizie dei potenti. In Trentino furono persino condannati per un presunto rito di sacrificio umano (!!!) nei confronti di un bambino cristiano, Simonino. A Pinzolo ci sono ancora gli affreschi che denigrano quegli ebrei. Infine, è bene ricordare che Jeoushua ben Joseph da Nazareth (Gesù Cristo) era e rimane un ebreo, anche dopo la sua crocifissione da parte dei romani.

Dunque, la realtà di quella odiosa persecuzione, che sperabilmente fu l’ultima ma non certo la prima nella storia europea, fu ben diversa dal razzismo, che fu una goffa e fallace scusa. Oggi, invece di parlare di anti-semitismo, sarebbe più onesto parlare di antigiudaismo che certamente è parimenti odioso in quanto discriminazione sulla base di differenti credenze religiose, ma almeno rispecchia in piccola parte la realtà delle cose.

http://www.anpi.it/storia/114/il-manifesto-della-razza-1938

 

Renato Massa

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