GENERE-GENDER E SESSO: UN PASTICCIACCIO BRUTTO

“Genere” è una parola che, secondo il dizionario Gabrielli della lingua italiana, ha numerosi significati, tutti legati a categorie diverse di oggetti. Uno di questi significati, precisamente quello indicato al settimo e ultimo punto dell’elenco che ne fa il dizionario suddetto, è di “categoria grammaticale in base alla quale nomi, aggettivi e pronomi sono distinti in maschili e femminili oppure in maschili, femminili e neutri”.

Dunque, se parlo di Alessio come di genere maschile, mi riferisco al nome proprio dello stesso e non a una determinata persona chiamata in tal modo. Se voglio sottolineare che la persona di Alessio è maschile e non femminile dirò che Alessio è di sesso maschile.

Sorprendente per chi non ha una conoscenza sufficiente della grammatica?

Perché mai ho voluto iniziare il presente articolo sottolineando una circostanza che molti considereranno ormai del tutto inutile e inopportuna, sostenendo magari che il lungo uso del termine “genere” al posto di “sesso” ha ormai sdoganato il termine suddetto come sinonimo alleggerito, tanto è vero che, in giro per il mondo, esistono dipartimenti di “Studi di genere” che non hanno affatto un carattere didattico di tipo grammaticale ma piuttosto sociologico e in particolare studiano i problemi del pieno inserimento della donna in una società più o meno moderna.

Possiamo accettare queste argomentazioni?

Secondo me no, non possiamo e non dobbiamo accettarle e spiego subito perché.

La sostituzione del termine esplicito di “sesso” con quello piuttosto neutro di “genere” – a mio modesto parere, ma anche secondo l’opinione di rispettabili pensatori come Diego Fusaro  o Maurizio Blondet – non è stata un evento puramente casuale ma piuttosto un’azione deliberata messa in atto da una elite di potere con lo scopo di modificare sostanzialmente le concezioni popolari in materia di sesso e di famiglia.

Tutto iniziò una trentina di anni fa, quando un gruppo di studiosi accertò che la condizione omosessuale non è una scelta personale ma una oggettiva situazione biologica in cui un certo numero di persone (più o meno dal 2 al 4% della popolazione) si viene a trovare già alla nascita a causa di una insolita situazione ormonale durante la gravidanza (vedi https://librerianatura.wordpress.com/2014/11/03/omosessuali-quello-che-pochi-sanno-e-comunque-nessuno-dice/). Ho anche ripetutamente citato un utilissimo libro di Jacques Balthazart, brillante biologo con cui ho anche avuto la fortuna di lavorare sul tema della differenziazione sessuale verso la fine degli anni ’70 del XX secolo (http://www.amazon.it/Biologie-lhomosexualit%C3%A9-homosexuel-choisit-French-ebook/dp/B00G6P6SKY/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1424229770&sr=8-1&keywords=jacques+balthazart).

Aggiungo ora che, anche a seguito di questi e altri studi, la OMS dichiarò in un documento del 17 maggio del 1990 che “l’omosessualità è una variante naturale del comportamento umano che comporta l’attrazione sentimentale e/o sessuale tra individui dello stesso sesso”, contestualmente depennando il suddetto comportamento dalle malattie mentali nelle quali precedentemente era stato erroneamente classificato. Più recentemente (2012), un gruppo di lavoro del National Institute for Mathematical and Biological Synthesis (NIMBioS) ha precisato, sulla base di più recenti studi che il meccanismo che determina la condizione è di tipo epigenetico e che pertanto la condizione omosessuale non è passibile di esclusione a mezzo di selezione naturale.

Dunque, l’OMS ha ritenuto di non dovere assolutamente parlare non soltanto di malattia mentale ma neppure di comportamento in qualche modo deviante rispetto alla normalità e ciò non tanto per motivi strettamente scientifici quanto per ragioni concernenti la filosofia della scienza preferita nel mondo anglosassone. Secondo queste concezioni, non è che l’attrazione sessuale dei maschi nei confronti delle femmine e viceversa sia stata “predisposta” dalla Natura ai fini della riproduzione delle specie ma è invece la riproduzione delle specie che è il risultato ovvio di una tale casuale condizione eterosessuale. È il caso e solo il caso a determinare la necessità (Monod 1970), in natura non esistono fini deliberati. Si noti che la prima parte di questa constatazione è una semplice ovvietà mentre la seconda, dopo la virgola, ne costituisce uno pseudo corollario filosofico niente affatto dimostrato né forse dimostrabile. La definizione di condizione omosessuale come “variante naturale del comportamento (sentimentale e/o sessuale) umano” da parte della OMS non costituisce peraltro – e non potrebbe in alcun modo costituire – una dichiarazione di tipo scientifico ma è piuttosto un atto di tipo filosofico, sociologico, politico ed economico deciso dalla commissione OMS forse in piena coscienza (o forse no) delle sue logiche, inevitabili conseguenze storiche e sociali.

Non voglio e non posso soffermarmi sulle conseguenze suddette anche perché, almeno in parte, sono ovvie nell’attuale contesto storico, tuttavia mi soffermerò brevemente sulle conseguenze economiche. La commissione OMS non ha voluto definire l’omosessualità come “una malformazione di tipo fisiologico” (come avrebbe ben potuto, seguendo una diversa concezione filosofica) non solo per una evidente motivazione di tipo pragmatico (non è una malformazione una condizione che non comporta handicap fisici personali e una diversa preferenza sessuale non costituisce un handicap) ma anche perché, se l’avesse fatto, ogni omosessuale avrebbe potuto richiedere allo Stato assistenza economica per affrontare la vita con il suo presunto handicap. Un pasticcio facilmente evitabile ricorrendo alla definizione neutra di “variante naturale del comportamento (sentimentale e/o sessuale) umano” ma non privo di conseguenze perché, a questo punto, chi nasce omosessuale può logicamente pretendere un trattamento analogo a quello dei concittadini eterosessuali e pertanto chiedere l’istituzione di un simil-matrimonio con tutte le sue conseguenze civili, magari anche la pensione di reversibilità e naturalmente la propaganda filosofica di regime in favore assoluto della definizione OMS, passata per scientifica.

Ma c’è ancora di più: a partire dalla dichiarazione OMS si sono sviluppate nel mondo occidentale le cosiddette “teorie gender” che, senza alcuna seria base scientifica, pretendono di educare i bambini secondo le concezioni filosofiche di regime.

Ricordo ora che il nuovo ministro della pubblica istruzione, Valeria Fedeli, ha già depositato in Senato il disegno di legge n. 1680, “per l’introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle scuole e nelle università”. L’obiettivo dichiarato dovrebbe essere quello di “integrare l’offerta formativa dei curricoli scolastici, di ogni ordine e grado, con l’insegnamento a carattere interdisciplinare dell’educazione di genere come materia e agendo anche con l’aggiornamento dei libri di testo e dei materiali didattici …”.

Il ddl della Fedeli prevede “che i piani dell’offerta formativa delle scuole adottino misure e contenuti di conoscenza ed educazione per eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla impropria identità costretta in ruoli già definiti delle persone in base al sesso di appartenenze”.

Dunque, a partire da una parola sbagliata, scelta per supportare un concetto di carattere  filosofico e non scientifico, si sceglie un ministro che, generalizzando al popolo i suoi personali handicap sessuali, propone di espandere, normalizzare e incoraggiare la già pienamente accettata e parificata omosessualità in un delirio di sciocchezze fantasiose, del tutto prive di qualsiasi straccio di base logica, cognitiva e scientifica.

Non riesco a trovare parole sufficientemente dure per condannare in modo adeguato questa follia filosofica-mitologica che, se mai passasse, precipiterebbe la nostra scuola in un nuovo, oscuro medioevo. Mi chiedo quale sia lo scopo di tutto questo e provo orrore per questa società che le più oscure forze mondialiste e globaliste stanno in ogni modo tentando di farci digerire.

 

Renato Massa

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