Day after

Matteo Renzi fu inserito al governo per direttissima, senza essere stato prima eletto in Parlamento. I suoi compagni di cordata, d’altronde, erano stati eletti con un sistema elettorale ultra-maggioritario poi giudicato incostituzionale. Renzi ha trascurato decisamente questo ultimo particolare e ha messo mano alla Costituzione per modificarla secondo le istruzioni delle grandi banche di affari. A tale scopo si è accordato con il principale partito di centro-destra ma poi non è riuscito ugualmente a far passare le proprie proposte se non a stretta maggioranza e a forza di colpi di fiducia al governo. Messo alle strette e costretto infine al referendum confermativo, ha reagito con continue menzogne e insulti minacciando la fine del mondo se per caso avesse perso la partita. Che diavolo si pretende di più per cacciare fuori a pedate un simile personaggio non solo pluri-abusivo ma anche pluri-incapace?

Questa vicenda è stata decisamente esemplare per mostrare la facilità con cui, ripetendo insistentemente un qualsiasi mantra composto di falsità, di opinioni molto discutibili e di pure e semplici sciocchezze si può riuscire a convincere una fetta notevole di un popolo, in questo caso il 40% abbondante di cittadini.

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato. Modificarla è chiaramente un atto eccezionale che, in effetti, in questo caso è stato messo in atto con l’intento non apertamente dichiarato ma facilmente verificabile da chiunque di trasformare una repubblica sovrana fondata sul lavoro in una dipendenza di un governo federale calato e incardinato dall’alto e però virtuale in assenza della stessa Federazione dalla quale questa entità dovrebbe dipendere. Per fare seriamente una cosa simile sarebbe necessario costituire prima di tutto la Federazione suddetta dotandola di una costituzione adeguata che dovrebbe essere uguale per tutti i membri aderenti. Invece qui si è proposto di rinunciare alla sovranità nazionale senza la minima garanzia di produrre un nuovo soggetto federale che risponda alle esigenze e ai desideri dei suoi cittadini e non a quelle della grande finanza che da quasi trent’anni impazza indisturbata rubando ai poveri e alla classe media per trasferire nuova ricchezza ai ricchi. Chiedere di votare una tale scelleratezza con la scusa puerile della fine del bicameralismo è stato un capolavoro di imbrogli, falsità e dileggio del popolo, considerato non poco ma proprio nulla. In questa vicenda non solo il satrapo fiorentino ne esce decisamente con le ossa rotte ma fa una brutta figura anche il presidente della repubblica che avrebbe dovuto impedire che alla Costituzione della repubblica ponesse mano in tal modo un governo con una maggioranza dichiarata incostituzionale. Avrebbe anche dovuto ricordare – il presidente suddetto – il concetto della par condicio che tanto era caro ai suoi predecessori per contrastare Berlusconi e che invece è stato del tutto dimenticato da quando il piccolo satrapo fiorentino è arrivato al potere, spinto per direttissima da entità neppure tanto oscure alle quali aveva evidentemente assicurato obbedienza assoluta.

Devo ora ricordare i precedenti di questa vicenda che la inquadrano meglio. Nel 1991 Mariotto Segni riuscì a proporre e a fare effettuare, nonché a vincere col 62,5%, un primo referendum abrogativo inteso a ridurre la possibilità degli elettori di formulare preferenze di candidati nelle elezioni politiche, da tre a una sola preferenza. Si noti che l’indiscutibile abilità del proponente fu di rivoltare come un guanto un tema che logicamente sarebbe dovuto apparire per ciò che in effetti era, una diminuzione delle possibilità di scelta democratica popolare, riuscendo invece a presentarlo con arzigogolate e vuote argomentazioni, come un vantaggio democratico per gli elettori. Parimenti, soltanto due anni dopo, nel 1993, il suddetto Mariotto Segni riuscì – grazie anche all’appoggio del PDS di Achille Occhetto – a far tenere e a stravincere – con l’80% circa dei voti validi – un altro referendum della stessa natura del primo, tendente a sostituire – con la scusa della governabilità – il sistema elettorale proporzionale con un sistema parzialmente maggioritario.

Insieme con i due sciagurati referendum di Mariotto Segni (1991-1993) e con l’iniziativa fallita di Berlusconi di modificare la costituzione (2006), questo nuovo e più insidioso tentativo di espropriare gli elettori italiani dei loro diritti civili dimostra chiaramente che la cosiddetta democrazia – con tutti i suoi limiti intrinseci – è comunque un oggetto prezioso e fragile che può essere gestito soltanto con regole ferree, prima di tutto un sistema elettorale proporzionale che è l’unico in grado di assicurare la rappresentanza di tutti i cittadini e non soltanto del gruppo di potere che al momento gode di un credito simile più a una moda o una fede piuttosto che a una ferma e ben motivata convinzione politica; in secondo luogo l’onestà intellettuale nel corso delle campagne di informazione che altrimenti diventano fatalmente di disinformazione. Lo si è visto in modo particolare durante la campagna presidenziale americana ma oggi i giornalisti avviliti dal risultato contrario alle loro spinte sembrano ritornare sul campo baldanzosi, ritenendo evidentemente che un cambio di casacca possa bastare a purificarli.

Noi riteniamo di no, per i giornalisti e a maggior ragione per il satrapo fiorentino che ha perso qualsiasi residuo di credibilità e che se ne deve andare immediatamente. Qualunque cosa voglia fare il capo dello Stato, non potrà farla con lui, se vuole mantenere il rispetto che gli è dovuto, come alla bandiera, da tutti i cittadini.

 

Renato Massa

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