IL CASO DEL CIRCO ORFEI E IL BULLISMO ANIMALISTA

La recentissima vicenda di bullismo animalista nei confronti del circo Orfei, vicenda condita da immagini falsificate, di interventi scomposti e persino di citazioni di pronunciamenti di veterinari repentinamente trasformati da dottori degli animali in profondi esperti di etologia, tutto questo insieme mi suggerisce un intervento di riflessione, magari da parte di un biologo, magari di uno che ha insegnato biologia e ha anche lavorato in campo eco-etologico.

Lo spettacolo del circo è molto antico e sarebbe sbagliato sostenere che sia stato sempre aggiornato per venire incontro alla nuova sensibilità e alle nuove conoscenze sul comportamento degli animali. Qualcosa di più i circensi avrebbero potuto fare, io credo. Tuttavia è fuori di dubbio che chi oggi attacca il circo fino a ieri attaccava gli zoo, per non parlare poi delle collezioni private di animali, anche ben mantenute. A mio parere, i cosiddetti “animalisti” (definizione inidonea dato che i suddetti non sono esperti di animali e neppure sono tifosi degli animali) hanno soltanto lo scopo di fare soldi e soppiantare le associazioni ambientaliste ed ecologiste in tutte le questioni che in qualche modo riguardano gli animali. Prova ne sia il fatto che le associazioni animaliste hanno oggi numeri di soci e bilanci annuali ampiamente superiori a quelli delle associazioni suddette ambientaliste ed ecologiste. Questo, secondo me, non è un bene perché il potere delle associazioni suddette è diminuito fino al punto che oggi si può finire in galera o almeno pagare una salata ammenda se non si assicura a un gruppo di cani in un allevamento un efficiente impianto di aria condizionata mentre si può sterminare impunemente un’intera popolazione di oranghi per produrre olio di palma senza che nessuno di veramente potente e importante ci si metta di mezzo. Anche perché gli oranghi bruciati vivi non possono essere sequestrati e affidati a pagamento (pubblico) ad associazioni animaliste mentre ciò è possibile per i cani o per gli animali dei circhi.

Poiché la maggior parte degli zoo sopravvissuti alle passate campagne animaliste sono oggi meglio organizzati e meglio difesi che in passato, i circhi sono infatti diventati l’obiettivo ideale degli animalisti. La legge sui maltrattamenti degli animali è stata formulata dietro suggerimento (mi verrebbe da dire dettatura) di associazioni animaliste e la formulazione potrebbe facilmente consentire a persone poco coscienziose di far passare come maltrattamento qualsiasi limitazione oggettiva dovuta allo stato di cattività o di domesticazione. Tanto è vero che la Federazione Europea dei Veterinari (FVE) ha dichiarato di “bocciare con fermezza l’uso di animali esotici nei circhi” e lo ha anche fatto sottolineando che: “l’uso di mammiferi esotici, specialmente elefanti e grandi felini (leoni e tigri), nei circhi riflette una visione tradizionale, ma obsoleta, degli animali selvatici. Questi animali hanno lo stesso patrimonio genetico dei loro simili che vivono in natura, e mantengono perciò gli stessi comportamenti istintivi e bisogni naturali” che “non possono essere soddisfatti in un circo itinerante; soprattutto in termini di alloggi e di rispetto alla possibilità di esprimere comportamenti normali”. La Federazione Europea dei Veterinari conclude raccomandando a: “tutte le autorità Europee competenti di proibire l’utilizzo di mammiferi esotici nei circhi in quanto non vi è affatto la possibilità che le loro esigenze fisiologiche, mentali e sociali, possano essere adeguatamente soddisfatte”, precisando poi come non ci sia “alcun beneficio di carattere di conservazione, ricerca o educazione che possa giustificare l’uso di animali esotici nei circhi”.

Questa dichiarazione è stata probabilmente costruita con buone intenzioni ma in effetti è altamente criticabile, specialmente nella parte in cui recita che gli animali del circo “hanno lo stesso patrimonio genetico dei loro simili che vivono in natura, e mantengono perciò gli stessi comportamenti istintivi e bisogni naturali” che “non possono essere soddisfatti in un circo itinerante; soprattutto in termini di alloggi e di rispetto alla possibilità di esprimere comportamenti normali”.

Il torto dei veterinari è stato quello di tentare di ridurre in tre righe e mezzo una serie di questioni altamente complesse che invece richiederebbero pagine e pagine. Anche un veterinario, infatti, dovrebbe sapere perfettamente che i comportamenti non sono soltanto dipendenti dal patrimonio genetico ma sono anche legati a molte altre circostanze. Nessun etologo serio, neppure uno di origine veterinaria, si azzarderebbe mai a sostenere che i comportamenti dipendono soltanto dal patrimonio genetico e soltanto un veterinario legato ciecamente ad associazioni animaliste potrebbe tentare di sostenere che ogni specie di animali ha un assoluto bisogno di esprimere i suoi “comportamenti istintivi e bisogni naturali” per non andare incontro a profonde sofferenze. In realtà è vero il contrario: anche in natura, moltissime specie di animali si adattano alle circostanze che trovano. Il lupo si trova dalle aride colline del Messico fino alle regioni artiche e adatta i suoi comportamenti alla particolare situazione in cui si viene a trovare. Stessa cosa si dica della tigre, che vive nelle calde giungle indiane e indocinesi ma anche nelle fredde foreste di conifere siberiane, per non parlare poi dell’elefante indiano, l’unico in uso nei circhi, che è praticamente un animale domestico utilizzato in Asia sud-orientale per lavori pesanti oppure come cavalcatura per gruppi di turisti.

Non si capisce, perciò, quali siano i “comportamenti normali” ai quali fanno riferimento i veterinari. Sotto questa sibillina definizione fa capolino un inconfessabile behaviorismo che tende a contrapporre la figura puramente “istintiva” dell’animale, qualsiasi animale, a quella “razionale” dell’uomo che gode del libero arbitrio. Ora, non mi stancherò mai di ripetere che del libero arbitrio gode in effetti ogni individuo, animale umano o non umano, mentre la scienza etologica si riferisce a tutte le popolazioni umane o non umane, non agli individui e neppure alle specie, alle popolazioni, punto e basta.

Consideriamo ora le ultime due righe prodotte dai veterinari e cioè che non esista “alcun beneficio di carattere di conservazione, ricerca o educazione che possa giustificare l’uso di animali esotici nei circhi”.  Ho riletto più volte questa frase per accertarmi del suo senso, dato che mi pareva ovvio che un circo non sia un’impresa che si occupi di conservazione e di ricerca. Quanto all’educazione è un’altra cosa ma per il momento facciamo finta che sia proprio così e consideriamo i circhi semplicemente come un’impresa commerciale che deve osservare determinate leggi sulla detenzione e sul trasporto degli animali.

Un’impresa commerciale si evolve o chiude quando non esiste più una sufficiente richiesta dei suoi prodotti. Io sono convinto che il circo debba evolversi, che gli spettacoli con i felini non rivestano più l’interesse che potevano avere mezzo secolo fa, che gli elefanti siano animali molto impegnativi da gestire per un’impresa itinerante, che oggi sarebbe meglio puntare su cani, cavalli, zebre, asini, otarie, cammelli, dromedari, lama, canguri e altri animali bene addestrati a esercizi coerenti con i loro comportamenti istintivi. Non parliamo, però, di “bisogni naturali” che non possono essere soddisfatti in un circo itinerante perché questa trovata mi ricorda quei maschilisti che, sessanta anni fa, predicavano l’assoluta necessità della permanenza futura della prostituzione di stato, sostenendo proprio la tesi dei “bisogni naturali” dei giovani maschi umani. Secondo me sarebbe bene che i veterinari fossero più prudenti (e anche più coerenti con se stessi, dato che in altre circostanze hanno sostenuto l’inesistenza di razze di cani pericolose), e che, d’altra parte, le leggi sui maltrattamenti degli animali non fossero dettate da ultra-animalisti istruiti da cattivi maestri e fermamente decisi a guadagnare soldi sulla pelle di chi è più vulnerabile.

Renato Massa

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