I VEGANI CONTRO LA STORIA E CONTRO LA SIMBIOSI MUTUALISTICA

 

 

Oggi vorrei parlare di veganesimo, cioè di quel punto di vista (stavo per dire quella religione) per cui non soltanto non dobbiamo mangiare carne di animali per evidenti motivi di totale contrarietà a qualsiasi genere di violenza nonché di elevata considerazione del valore della vita animale in generale, ma inoltre dobbiamo fare anche di più, cioè rifiutare quei prodotti di origine animale che implicano uno sfruttamento degli stessi. Per esempio, niente uova perché da queste (se fecondate) dovrebbero svilupparsi pulcini, niente latte perché il latte dovrebbe essere riservato al solo vitello, niente formaggio, burro o yogurt perché derivano dal latte, niente miele perché dovrebbe essere riservato alle api e alle loro larve, niente lana perché costituisce uno sfruttamento delle pecore, niente cuoio o pelle perché implica addirittura la morte di un qualche animale, e così via.

Non voglio, in questa sede, affrontare il tema del consumo di carne perché si tratta di un argomento alquanto complesso che ci porterebbe lontano dal tema fondamentale che non è, in questa sede, di opposizione alla dieta vegetariana ma soltanto a quella vegana. La prima domanda è: ha davvero senso astenersi dal consumo di uova, latte, latticini, miele in un mondo che trae origine e che tuttora è basato sulla cosiddetta rivoluzione agricola del neolitico? La seconda domanda è: ma davvero il nostro rapporto con gli animali domestici si riduce a un semplice sfruttamento unilaterale? Davvero il fatto di nutrire e di alloggiare certi animali, il fatto di moltiplicare enormemente le loro popolazioni non ci dovrebbe dare diritto ad alcun compenso?

Cominciamo con la rivoluzione agricola del neolitico. Accadde in Mesopotamia, diecimila anni fa o giù di lì, che i nostri antenati iniziarono non soltanto a coltivare grano, orzo, miglio e quant’altro via via trovavano di utile per gli attuali vegani, ma anche ad allevare capre, pecore e bovini, i cui escrementi erano necessari per la concimazione delle coltivazioni ma che evidentemente venivano utilizzati anche per il latte, per non parlare di altro. Un passo dopo l’altro, agricoltura e allevamento ci accompagnarono in un abbinamento necessario fino a poco tempo fa, cioè fino all’inizio della produzione di concimi chimici e di pesticidi. Oggi, se proprio si volesse, si potrebbe fare anche a meno dei concimi biologici perché è possibile disporre di quelli chimici. In buona sostanza, la richiesta implicita dei vegani agli onnivori e ai semplici vegetariani è di non allevare più alcun animale domestico (bovini, ovini, suini, pollame, api, bachi da seta etc.) non solo per la loro carne, ma nemmeno per il loro latte, per le loro uova, per le loro fibre naturali (lana, seta) e dunque, non disponendo più dei loro escrementi, di voler concimare le coltivazioni esclusivamente con concimi chimici, suppongo anche evitando di usare pesticidi che, a parte la loro potenziale tossicità per gli esseri umani, ucciderebbero milioni di poveri insetti che in fin dei conti cercavano semplicemente il cibo che permettesse loro di sopravvivere e riprodursi. Anzi, per essere onesti fino in fondo, le coltivazioni essenziali per la sopravvivenza dei vegani (e non solo!) si dovrebbero realizzare su superfici speciali sollevate da terra perché il suolo dovrebbe ospitare praterie, foreste, brughiere essenziali per la vita di moltissime specie animali piccole e grandi, dai topolini dei boschi fino agli oranghi e ai pappagalli cenerini che scompaiono man mano che le loro foreste vengono distrutte per far posto a coltivi di olio di palma o altro.

Il secondo punto non è più di carattere storico ma piuttosto di carattere morale. Infatti, la richiesta perentoria dei vegani criminalizza persino il mantenimento degli animali per ricavarne prodotti biologici come latte, uova, miele, lana. Se io allevo una capra, dunque, non dovrei avere diritto a disporre almeno di una parte del latte che questa produce. Se io allevo una gallina, non dovrei avere diritto alle uova neppure se queste non fossero fecondate. In pratica, i vegani negano non solo il nostro diritto a una dieta onnivora ma anche il nostro diritto al prelievo pacifico di una parte dei prodotti che gli animali possono offrire senza alcun pregiudizio per la loro vita e per il loro benessere. Anzi, talvolta addirittura con vantaggio dato che alcune razze di pecore, se non venissero tosate, finirebbero per morire per soffocamento da troppa lana. I vegani vi risponderanno che questo è colpa nostra, per avere selezionato pecore di questo tipo aberrante. A me, invece, sembra che la filosofia vegana voglia negare e combattere addirittura il comunissimo fenomeno biologico della simbiosi mutualistica e voglia attribuire agli animali non soltanto diritti che nessuno di noi possiede ma anche un egoismo e un esasperato senso della proprietà che certamente ad essi non appartengono.

Come accade assai spesso, quindi, pare proprio che la “filosofia” vegana sia stata messa in piedi senza minimamente confrontare con la realtà i pensieri teorici partoriti in un impeto di dedizione zoofila da un gruppetto di persone del tutto ignare di ecologia ma ben capaci di ottenere proseliti. Si tratta quindi – mi dispiace di doverlo sottolineare – di una solenne sciocchezza che non avrebbe alcun senso prendere in considerazione nemmeno da parte di gente sinceramente innamorata di tutti gli animali viventi e anche della migliore giustizia distributiva possibile.

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