MIGRAZIONE

 

Per uno come me che ha studiato la vita degli uccelli per diversi decenni migrazione significava precisamente lo spostamento periodico di intere popolazioni di uccelli da un’area geografica temporaneamente sfavorevole a un’altra area geografica decisamente più favorevole, almeno nel periodo considerato. In generale, chi vive in Europa assiste alla partenza di rondini, cicogne, tortore e molte altre specie di uccelli alla fine dell’estate (agosto-settembre) e al loro ritorno in Europa in primavera (aprile-maggio). Inoltre assiste anche all’arrivo autunno-invernale di specie nordiche che per qualche mese vengono a cercare cibo e alloggio nei nostri ambienti naturali e semi-naturali.

Quando, invece, lo spostamento delle popolazioni non è periodico e pendolare ma continuo e unidirezionale, i biologi non parlano più di migrazione ma piuttosto di espansione di areale o semplicemente di dispersione post-riproduttiva. Quest’ultima è la norma per la maggior parte delle specie ma in genere consente soltanto di compensare le perdite annuali di effettivi con forze fresche e solo in casi particolari può dar luogo a un aumento demografico tanto notevole da risultare in un’espansione di areale. Un esempio di un caso clamoroso di questo genere è costituito dalla tortora dal collare che, dalla originaria India, in un secolo scarso, ha raggiunto prima la Turchia e poi l’Europa intera fino al Portogallo, alla Norvegia e alle isole britanniche diventando anche una delle specie più comuni del nostro continente.

Due sono i fattori che determinano e guidano un tale grandioso cambiamento: (1) una eccessiva densità di popolazione rispetto alle risorse disponibili nell’area di origine, (2) la presenza di risorse significative in aree contigue. Contrastare un processo naturale come questo è evidentemente impossibile ma, per mitigarlo o rallentarlo, si potrebbe tentare di arricchire di risorse l’area di origine e, qualora fosse possibile, limitare anche le nascite.

Dal punto di vista biologico, la cosiddetta migrazione umana dai paesi afro.asiatici verso l’Europa è in effetti una espansione di areale dovuta a un forte aumento demografico in aree particolarmente povere di risorse. L’incoraggiamento a partire è rinforzato dalla evidente presenza di risorse significative in Europa e inoltre dallo scompaginamento sociale causato sia in Europa sia in Africa e in Asia dall’improvviso successo delle politiche sedicenti neoliberiste a partire dal 1990.

Fin troppo evidente è che non è umanamente possibile contrastare questo movimento, non più di quanto lo sia di contrastare quello delle tortore dal collare, a meno di non intervenire alla radice, cioè sulle cause che lo hanno determinato, demografia, geopolitica ed economia. Purtroppo, da parte dei mentecatti che hanno in pugno il potere su quasi tutto questo pianeta, non esiste la minima coscienza dei termini della situazione. Perciò, siamo destinati a vedere sorgere altre barriere, a vedere altri soldati armati a presidiarle minacciando ed eventualmente anche sparando, il tutto senza risultati concreti, a parte quello di un aumento delle già notevoli sofferenze delle popolazioni coinvolte.

Eppure, sia la tragica povertà di molti paesi del cosiddetto terzo mondo sia l’aumento travolgente e inquietante della popolazione mondiale non sono affatto novità ma costituiscono fenomeni ben consolidati nella conoscenza generale da molto tempo, addirittura da diversi secoli il primo tema e da poco meno di mezzo secolo il secondo. Eppure, sul destino dell’Africa, il cinico commento che circolava nel 1989, sotto l’impressione della cosiddetta caduta del muro di Berlino, era che anche i pochi investimenti fino a quel momento destinati allo sviluppo economico del continente nero sarebbero stati prontamente ridiretti verso l’Europa orientale ex comunista e che il destino dell’Africa sarebbe stato fatalmente quello di essere abbandonata a se stessa. Certo, in un’economia di tipo essenzialmente privato e opportunista come quella sedicente neoliberista doveva decisamente apparire nettamente più redditizia l’idea di vendere beni di consumo ad alta tecnologia in Europa orientale piuttosto che investire per assicurare cibo e alloggio a ogni africano e in tal modo ottenere anche una diminuzione della loro natalità (la relazione inversa tra reddito e natalità è una realtà ben conosciuta). Però, ventisette anni fa nessun gruppo organizzato politicamente avrebbe preso sul serio il tema della demografia umana e ciò per motivi politici e non certamente scientifici. Una notevole eccezione fu il Club di Roma di Aurelio Peccei che, negli anni ’70. pubblicò diversi interessanti saggi sui limiti dello sviluppo e i drammatici problemi posti dal boom demografico mondiale ma che si trovò immediatamente a parlare nel vuoto. L’unico paese del mondo che intraprese seri provvedimenti per limitare l’aumento della popolazione fu la Cina che tuttavia non soltanto non fu imitata da nessuno ma addirittura fu aspramente criticata dai sedicenti democratici occidentali.

Ad accelerare il precipitare della situazione sono poi intervenute le guerre scatenate dalla NATO sulla base di ridicoli pretesti in Asia e in Africa: Somalia (1984 e seguenti), Irak (1991-2003), Afghanistan (2002), Libia (2011), Siria (2011-2016), Yemen (2016) nonché i tentativi di destabilizzazione di quasi tutti i regimi arabi, in modo particolare se laici e moderati. Il risultato di questo micidiale cocktail non poteva essere che quello che si è verificato: un flusso di centinaia di migliaia di profughi che, attraverso tutte le vie immaginabili e anche inimmaginabili, raggiunge l’Europa.

A questo apocalittico dramma umano coloro che assolutamente nulla hanno fatto affinché non accadesse ora reagiscono come bufali infuriati. Vorrebbero che si costruissero barriere, che si usasse la forza per respingere i “clandestini”, che si rendesse la vita impossibile a coloro che già sono entrati. L’aspetto più comico (se non fosse tragico) di queste reazioni scomposte sta nel fatto che i loro autori continuano a ripetere come un mantra il suggerimento di “aiutare questa gente a casa loro”. Esattamente il contrario di ciò che è stato fatto finora, esattamente ciò che si sarebbe dovuto fare già da un secolo e che certo non sarà possibile fare ora nei tempi della politica, nemmeno se lo si volesse.

Si capisce anche che la predica relativa all’accoglienza da un lato ha lo scopo di affrontare in modo civile un’emergenza della quale i paesi cosiddetti occidentali sono direttamente e anche indirettamente responsabili; dall’altro essa prende anche atto dell’improvvisa disponibilità di una vasta manodopera a basso costo che, secondo l’ideologia cosiddetta neoliberista, può essere disinvoltamente utilizzata per calmierare le paghe già ridotte al minimo dei lavoratori indigeni.

Che fare? Sembra evidente suggerire di dirottare migliaia di miliardi dalle guerre per il dominio mondiale a investimenti massicci per la produzione di cibo, di abitazioni, di servizi ecologici diversi in Africa e in Asia. Queste, però, sono cose che probabilmente non si faranno perché a capo del mondo oggi c’è gente che pensa seriamente che il problema demografico possa essere mitigato da una massiccia guerra nucleare che potrebbe ridurre a cadaveri  miliardi di esseri umani, soprattutto abitanti del vecchio mondo. Questi individui sono anche convinti che la guerra sarà necessariamente vinta dai prepotenti che sembrano volerla scatenare e che i superstiti se la passeranno molto meglio. Che dire? Come si poteva anche lontanamente immaginare che il sedicente neoliberismo ci avrebbe portato a dover fronteggiare aberrazioni come questa?

Renato Massa

 

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