Suonala ancora Bombe di Marta Nijhuis

È uscito, da Mimesis narrativa, un piccolo, delizioso libro di Marta Nijhuis che ricorda la storia dell’elefantessa Bombay (detta familiarmente Bombe dai suoi fan, i bambini), suonatrice di organetto allo zoo di Milano. La signora Nijhuis, che da questa vicenda ha tratto anche uno spettacolo teatrale di successo, non solo ha voluto ricordare l’animale più famoso del piccolo zoo milanese ma anche ricordarne la storia a partire dalle sue origini indiane. Per me personalmente, il ricordo di Bombay è stato anche il ricordo doloroso della mia battaglia perduta per la conservazione e la ristrutturazione dello zoo di una grande città. Una battaglia perduta non solo e non tanto da me personalmente ma anche da una città che avrebbe meritato di meglio.

Per una persona attiva è importante imparare a convivere anche con le sconfitte perché probabilmente queste saranno più frequenti dei successi anche nel caso in cui i successi siano molto visibili e suscitino sentimenti di stupore, invidia o altro. Una delle mie grandi sconfitte fu proprio sul nuovo zoo di Milano, una battaglia che iniziai alla metà degli anni ottanta e che si concluse nel 1991 con la chiusura pura e semplice del vecchio zoo. Mi battei con tutte le forze affinché Milano non fosse privata di una istituzione didattica e culturale che aveva e che ha tuttora i suoi buoni motivi per esistere ma non riuscii nel mio intento, sia per motivi storici sia per motivi contingenti.  Il fatto che la città di Milano fosse stata sconfitta con me mi dispiacque molto perché speravo che, per la sua cultura e per le sue tradizioni, la mia città avrebbe saputo difendersi dai venditori di fumo meglio di quanto non fece in quella disgraziata occasione.

La storia del nuovo zoo milanese mai realizzato inizia con il progetto Groane, lanciato nel 1985 da Gioacchino Luise, presidente pro tempore del parco delle Groane, animato da idee innovative e niente affatto influenzato dalle idee animaliste più radicali che, in quegli anni, parevano inarrestabili. Il parco regionale delle Groane, consistente in piccoli boschi e brughiere frammentate all’interno di uno dei territori più densamente popolati della Lombardia, nella zona nord della provincia di Milano, non era certamente ricco di fauna e aveva bisogno di iniziative di ripristino per migliorare a poco a poco la sua modesta capacità di impatto sulla cultura naturalistica lombarda. Non posso raccontare in questa sede tutta la storia di quella bocciatura telecomandata dai palazzinari dei comuni del parco, mi limiterò a ricordare che il primo progetto di trenta anni fa era stato quello di uno spostamento in quell’area del piccolo zoo di via Manin.

Non volevo darmi per vinto e quindi decisi di ridimensionare il progetto Groane e trasformarlo in una semplice ristrutturazione del vecchio zoo di Milano di via Manin che, a causa dei suoi spazi ristretti e degli animali francamente inadatti che vi erano tenuti, era ormai entrato in crisi tanto quanto bastava per orchestrare una campagna contraria alla sua sopravvivenza. Lo zoo milanese era un’impresa privata, e tuttavia basata su una concessione comunale di un suolo pubblico. Il suo direttore, Arduino Terni, era un personaggio decisamente interessante che, in gioventù, aveva lavorato con il famoso Karl Hagenbeck importando animali dall’India e dall’Africa. Aveva poi aperto ben tre zoo, a Milano, Verona e Torino, tutti basati sullo stesso principio di concessione di suolo pubblico per un’attività che, negli anni trenta, era giustamente considerata come un servizio alla cittadinanza. Cambiati i tempi, i comuni avevano cambiato il loro punto di vista e gli zoo del Terni erano fatalmente destinati a essere trasferiti fuori città, su terreni privati o, in alternativa, chiusi del tutto. Io proposi invece di rinnovare la concessione trasferendo però altrove tutti i grandi animali, impiantando voliere e serre che mostrassero piccoli uccelli, rettili, farfalle e altri piccoli animali bene ambientati e naturalmente di istituire la sospirata stazione biologica. Per parare in qualche modo l’opposizione degli ambientalisti, li contattai chiedendo loro di venire in università a discutere il progetto e offrendo loro un ruolo di supporto nella stazione biologica.

Avevo dalla mia parte sia il rettore dell’università, prof. Paolo Mantegazza, sia il direttore del Dipartimento di Biologia, prof. Giulio Lanzavecchia, che spinsero il loro supporto fino al punto di organizzare un convegno in sede universitaria per presentare il progetto della stazione biologica che avrebbe dovuto affiancare il nuovo zoo. Intervennero molte persone di riguardo, primo tra tutti John Hartley, rappresentante del Jersey Wildlife Preservation Trust fondato da Gerald Durrell, che tenne una conferenza di apertura sulla importanza di questo tipo di stazioni biologiche per la conservazione delle specie minacciate da estinzione. Fu una giornata di grande successo, e anche di mio successo personale, che tuttavia non si tradusse affatto in una maggiore fattibilità del progetto e in realtà fu una vittoria di Pirro da ogni punto di vista. Gli animalisti, che avevano partecipato alla conferenza e accettato di buon grado l’offerta pacificatoria di cibo e di bevande, ricominciarono a opporsi con tutte le loro forze al nostro progetto non appena si ricominciò a discuterne. Nel frattempo, il comune di Milano subì due successive crisi: prima si dimise il sindaco Tognoli e con lui il suo compagno di partito socialista Banfi che era l’assessore all’ecologia, competente per il nostro progetto. In un primo tempo, Banfi fu sostituito dal democristiano Morazzoni. Per fortuna, i rapporti con quest’ultimo parvero diventare persino più facili e, in un incontro preliminare, il nuovo assessore si dimostrò disponibile nei confronti del nostro progetto. Sembrava tutto in dirittura di arrivo quando vi fu una nuova crisi e i democristiani uscirono dalla giunta, venendo repentinamente sostituiti da comunisti e verdi. Peggio ancora, il nuovo assessore che mi trovai di fronte era una ragazzetta animalista del gruppo dei verdi che chiaramente era l’esecutrice incaricata di un piano di puro e semplice smantellamento grossolanamente predisposto dalle associazioni animaliste: chiusura dello zoo, no su tutta la linea al progetto della stazione biologica universitaria. Mi resi conto che ero rimasto isolato e che stavo per essere sconfitto.

Una nuova crisi politica spazzò via anche la ragazzetta che peraltro, prima di lasciare il posto a un collega del partito comunista, ebbe il tempo di presentare e fare approvare una delibera di chiusura definitiva dello zoo. L’unica possibilità che mi restava era quella di attaccare il comune accusandolo di smantellare un servizio pubblico e di buttare fuori gli animali per introdurre nuovo cemento nei giardini pubblici. Lo feci senza esitazione con un comunicato stampa, sicché l’assessore comunista, punto nel vivo, mi mandò a chiamare e mi disse a denti stretti che questo non l’avrebbe mai fatto: lo spazio liberato sarebbe tornato a giardino e basta e non lo avrebbero avuto né il museo, né l’università né le associazioni ambientaliste. Meglio che nulla, gli dissi, ma mi dispiaceva molto per la caduta del progetto della stazione biologica che privava Milano di una importante opportunità culturale.

Questa vicenda mi amareggiò molto e mi confermò che, in molte organizzazioni che dichiarano al vento la loro generosità e il loro idealismo non c’è nulla del genere ma soltanto una forte volontà di potere e di risorse economiche. Certo, gli ambientalisti non si fidavano di me perché io,  ormai da almeno un decennio, non andavo d’accordo con gli animalisti e mai e poi mai costoro mi avrebbero voluto inserito in una stazione biologica che avrebbe potuto eventualmente avere voce in capitolo sui temi della conservazione della fauna. Piuttosto che realizzare un simile progetto con una persona collocata al di fuori della loro cerchia preferivano che non se ne facesse nulla del tutto. Nulla di nuovo sotto il sole, del resto. La cosa mi dispiacque molto ma poi capii che la colpa era anche mia, che io avrei dovuto conservare buoni rapporti con quelle organizzazioni che, esecrabili quanto si vuole, avrebbero potuto tuttavia condizionare e anche affondare i miei progetti, che ero stato troppo impulsivo e anche superficiale nel litigare con loro dieci o dodici anni prima. Certo, non avevano dimostrato un comportamento da santi, certo, avevano provocato un danno non solo all’università ma anche e soprattutto alla cittadinanza ma così va la vita e d’altra parte io avevo chiaramente dimostrato di non essere in grado di fare politica. La prima vittima di quella brutale chiusura fu la vecchia elefantessa Bombay, la seconda fu lo stesso Arduino Terni che morì in quello stesso anno. Della ragazzina animalista che aveva combinato tutto questo disastro non si sentì mai più parlare. Ora sono molto felice che della elefantessa Bombay abbia parlato nel migliore modo possibile la signora Marta Nijhuis.

 

Renato Massa

 

 

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