OMOFOBO CHI?

Confesso di essere allergico sia al neologismo “omofobia” sia al disinvolto uso che ne viene fatto dai cosiddetti media. Mi spiego meglio, questo termine deriva da un errato uso della terminologia greca da parte di gente che presumibilmente non ha mai studiato greco. Così, se neofobia è paura del nuovo, agorafobia è paura degli spazi aperti, idrofobia è paura dell’acqua, allora omofobia dovrebbe essere paura dell’uguale (ομος significa uguale da cui i termini omologazione, omonimo, omosessuale). Dunque, volendo coniare un termine che significasse paura o magari ribrezzo dell’omosessuale, non si poteva accorciare il termine omosessuofobia in omofobia, pena lo stravolgimento del suo significato. Perché mai io dovrei avere paura del mio uguale? E poi uguale in che senso? Ornitofilo? Amante della scrittura? Maschio? Italiano? Il termine non è soltanto sbagliato, è anche gravemente impreciso. Questo è ciò che accade quando chi ha il potere di farsi ascoltare è un ignorante, circostanza purtroppo comunissima al giorno d’oggi.

Veniamo ora al disinvolto uso del termine. Per secoli, più o meno dai tempi della prima diffusione del cristianesimo fino al 1975, anno più, anno meno, nel mondo occidentale, alla definizione di omosessuale si è abbinata una dura condanna morale implicante il giudizio negativo di una presunta scelta contro natura. Così, le parole popolari per indicare l’omosessuale (finocchio, frocio, culattone etc.) sono diventate puri e semplici insulti, addirittura percepiti come tali persino dagli stessi omosessuali.

Si è andati avanti così fino al 1990, quando l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), sulla base di diversi studi effettuati soprattutto nei due decenni precedenti, cancellò l’omosessualità dalla lista delle malattie, riconoscendo che si tratta semplicemente di “una deviazione epigenetica che non è né ereditaria né trasmissibile, ne curabile e pertanto non rientra nelle caratteristiche di malattia”. Inoltre, l’OMS, con una scelta comprensibile ma certamente non indiscutibile, non ha voluto nemmeno sostenere che si tratti di un handicap, limitandosi ad affermare che si tratta di “una variazione naturale del comportamento sessuale”, dove la parola “naturale” significa semplicemente “non controllabile”. In conclusione, omosessuali si nasce e non si sceglie di esserlo, e tali si nasce non per cause genetiche ma per un particolare evento ormonale del tutto casuale che può talvolta avvenire nel corso della gravidanza. In conclusione, il riconoscimento dell’OMS ci suggerisce il riconoscimento di tre legati:

  • il rispetto degli omosessuali in quanto esseri umani che nascono come tali, così come uno nasce biondo, bruno o con gli occhi di un determinato colore. Che senso avrebbe, infatti, disprezzare qualcuno perché ha (o non ha) gli occhi azzurri?
  • al tempo stesso, il riconoscimento che l’omosessualità non è una scelta e men che meno una scelta rivoluzionaria della quale un omosessuale possa sentirsi fiero. Che senso avrebbe, infatti, essere fiero dei propri occhi azzurri o verdi o nocciola?
  • in pari tempo, rendersi conto che il tema dei diritti dei “diversi” non è di destra né di sinistra e non può in alcun modo essere sostitutivo dei diritti negati ai lavoratori, ai pensionati, agli ammalati e ad altre categorie deboli che il sistema sedicente neoliberista ha martellato e sta continuando a martellare guarda caso proprio dal 1990 in poi. Questo ultimo concetto andrebbe ricordato anche ai movimenti ex-popolari che hanno ormai scelto il campo neoliberista e si schierano a favore dei gay anche con modalità poco comprensibili credendo così forse di purificarsi.

Infine, qualsiasi omosessuale dotato di un buon cervello (ce ne sono certamente molti come purtroppo ci saranno fatalmente anche i cretini che non mancano in nessuna categoria) dovrebbe capire che le teorie più strampalate e più infondate “di genere” originate al di fuori delle scienze biologiche non sono destinate a ottenere un ampio consenso tra un pubblico generalizzato di eterosessuali e nemmeno di omosessuali dotati di cervello.Mi pare che, desiderando rispetto, sarebbe opportuno comportarsi con uguale rispetto nei confronti di una diversa comunità che, oltre tutto, è anche oggettivamente maggioritaria e che generalmente non impone a nessuno di regredire ai tempi di Tolomeo.

Infine, se uno mi dà un pugno in faccia, che lo faccia per un motivo o per l’altro non mi cambia affatto. Inaccettabile è il pugno, non le sue motivazioni che, a parte l’eventualità della legittima difesa, sono sempre stupide e irrilevanti e non meritano stupide e insensate leggi protettive che implicano il riconoscimento di una presunta condizione di handicap.

Renato Massa

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