EVOLUZIONE BIOLOGICA E MITOLOGIE DOGMATICHE DI SEGNO OPPOSTO

Una delle maggiori, giuste preoccupazioni dei biologi evoluzionisti, storicamente, è stata quella di contrastare il creazionismo che, in realtà, non è affatto una teoria scientifica ma una mitologia dogmatizzata senza il minimo senso critico né il minimo interesse per la scienza e per il suo metodo. A mio parere, è giusto combattere il creazionismo quando questo si insinua in politica e pretende di pervadere i programmi scolastici, come è avvenuto in America, ma non bisogna lasciarsi condizionare da esso nel senso di gettarsi all’errore opposto, cioè di negare fermamente, (illudendosi anche di farlo nell’ambito della scienza) ogni possibile realtà trascendente, sostenendo che la teoria dell’evoluzione ha già spiegato tutto e che non abbiamo bisogno di altro non solo in biologia ma (sottinteso) nemmeno in filosofia (ma che sarà poi questa filosofia?). Una tale posizione, che è quella espressa da Steve Stewart-Williams nel suo libro Darwin, God and the meaning of life, a mio modo di vedere, è un’ingenuità mitologica pseudo-scientifica, analoga, di segno opposto, a quella dei creazionisti, con l’aggravante di essere espressa da scienziati e non da gente comune ignara delle metodologie scientifiche e altresì filosofiche. Se è vero, infatti, che la teoria dell’evoluzione spiega molto bene la varietà della vita sulla Terra, essa non può affatto spiegare perché esista l’universo e anzi perché esista qualcosa invece del nulla e perché dalla materia possa o forse debba emergere la vita e l’intelligenza. Su questo tema vale ancora oggi un profondo pensiero di Parmenide, un autore che chiaramente lo Stewart-Williams e il Dawkins non hanno mai letto: se qualcosa esiste, allora ciò che esiste deve evidentemente essere l’assoluto in quanto esistente di per se stesso. Se usiamo un minimo di logica dobbiamo riconoscere che il ragionamento è stringente e che l’assoluto potrebbe anche essere una semplice pietra isolata in mezzo al nulla, senza particolari attributi tranne quello di esistere di per se stessa. Parmenide aggiungeva anche che l’assoluto è unico e immutabile e che la varietà degli oggetti esistenti nella nostra esperienza sensibile deve evidentemente essere generata da un’illusione dei sensi. Una tale affermazione può, a prima vista, sembrare esagerata e paradossale ma, passando in attenta rassegna tutto ciò che oggi conosciamo dell’universo, dovremmo sicuramente convincerci della sua acutezza. Oggi, infatti, sappiamo che nello spazio interstellare apparentemente vuoto esiste dappertutto energia in forma di minutissime stringhe e sappiamo anche che la materia è una particolare forma di energia derivante dall’associazione delle stringhe suddette, che la vita è una particolare forma di materia costruita in modo che non soltanto possa mantenere nel tempo le sue straordinarie peculiarità ma anche che possa replicare se stessa e infine che l’intelligenza è una particolare proprietà dell’energia che si manifesta anche nella vita ma che della vita non è esclusiva, come possiamo constatare dalla moderna informatica e dalla possibilità di produzione di intelligenze artificiali abiotiche. Dunque, tutto ciò che esiste è riconducibile a energia. Nell’universo vita e intelligenza emergono anche in modi e momenti indipendenti l’una dall’altra ogni volta che ciò risulta possibile. Il meccanismo è casuale ma il fatto in se stesso non ha nulla di casuale, anzi pare seguire vie ontologiche ben precise che il caso si limita a mettere in evidenza. Basti pensare al modo in cui gli organi visivi sono emersi nel mondo animale un gran numero di volte diverse in modo analogo, talvolta con strutture talmente simili l’una all’altra da lasciare francamente sbalorditi (si pensi all’occhio dei Cefalopodi e, rispettivamente, a quello dei vertebrati, indipendenti l’uno dall’altro). Giustamente, nel suo libro Life’s solution, Simon Conway-Morris mette in evidenza il fatto che la convergenza evolutiva rappresenta una chiara prova dell’esistenza di un numero finito e niente affatto infinito di soluzioni biologiche possibili a una determinata situazione ambientale, quasi un iperuranio platonico dove esiste un numero finito di idee concretamente realizzabili e forse un numero infinito ma futile e illusorio di altre idee di pura fantasia, non corrispondenti a nulla di veramente fattibile nel nostro particolare universo, per esempio cavalli alati, centauri, sirene, folletti, maghi, fate. In conclusione, in primo luogo non è affatto possibile trarre deduzioni di tipo trascendente da fatti scientifici, in secondo luogo la realtà dell’universo non è affatto tanto rozza e strana quanto paiono ritenere personaggi come Stewart-Williams e lo stesso Dawkins ma assai più variegata e misteriosa, come vagamente percepito da molti studiosi di fisica che dell’universo hanno forse una visione un po’ meno parziale di quella percepibile dai biologi attraverso il filtro della loro particolare cultura.

Ho citato Parmenide e ora, senza allontanarmi dalla Grecia classica, citerò ancora Aristotele che, molto acutamente, più di duemila anni fa notò che se qualcosa compare improvvisamente, non essendo esistito in atto in precedenza, è necessario riconoscere che questo qualcosa doveva esistere anche prima in potenza. Noi sappiamo benissimo che ciò è perfettamente vero per un seme, che contiene in potenza una pianta, per un uovo, che contiene in potenza un animale e via dicendo. Non è difficile concludere, con un minimo di logica, che se nell’universo emerge l’intelligenza in animali tanto diversi tra loro come gli esseri umani, i delfini, i pappagalli, le api e le termiti, è logico pensare che l’intelligenza esista in potenza nell’universo e che forse si possa anche esprimere in esseri molto più grandi e più potenti di noi, di fronte ai quali noi potremmo essere considerati come insetti o vermi di poco conto.

Questo è quanto riguarda le premesse filosofiche e, a mio parere, non è poco. C’è però anche qualcosa di strettamente scientifico che ci suggerisce che l’evoluzione biologica possa avvenire soltanto lungo certi binari e non in tutte le possibili direzioni teoricamente possibili, e si tratta delle condizioni al contorno determinate dalla tabella di Mendeleiev degli elementi chimici e dalle conseguenti caratteristiche dei composti che ne derivano. I principali atomi alla base della vita sono il carbonio, l’idrogeno e l’ossigeno che possono dare luogo a certi composti e non altri. La chimica del carbonio è straordinaria nel senso che i composti possibili sono molte migliaia e, tra di essi, vi sono le proteine, gli acidi nucleici e gli zuccheri che, come è noto, sono i componenti fondamentali della vita. Per quanto ne sappiamo, è impossibile immaginare un essere vivente se non costituito da queste tre classi fondamentali di composti, ciascuna delle quali ha un particolare ruolo in biologia. Il coordinamento operativo di proteine e acidi nucleici è talmente straordinario da apparire quasi soprannaturale. Naturalmente non lo è, si tratta soltanto di caratteristiche chimiche favorevoli che rendono possibili fenomeni che, a catena, danno luogo a espressioni macroscopiche straordinarie di meraviglie microscopiche ugualmente grandi. Non abbiamo la minima idea del significato trascendente di tutto questo, ammesso che ne esista davvero uno, però la ferma negazione della sua possibilità sulla base del principio universale della selezione naturale mi pare sbagliata. L’atomo di carbonio è un’entità altamente improbabile, specie se si considera che esso è l’elemento numero sei della tabella di Mendeleiev. La tabella degli elementi chimici inizia con il numero uno, l’idrogeno, che è costituito da un protone, carica + e massa 1, e un elettrone, carica – e massa tanto piccola da essere, in prima approssimazione, trascurabile, in effetti, il movimento dell’elettrone viene descritto per mezzo di una funzione d’onda che trascura la sua massa. Si passa poi al numero due, l’elio, che ha due protoni e due elettroni ed è tanto stabile da essere il primo dei cosiddetti “gas inerti”, che non reagiscono affatto e non formano composti, e si procede oltre fino al numero sei, il carbonio che ha sei protoni e sei elettroni, dei quali due nel primo strato energetico, quello che viene completato nell’elio, e quattro nel secondo che ne richiederebbe altri quattro per essere completato. Questa situazione fa sì che il carbonio sia “tetravalente”, cioè possa legarsi ad altri elementi con modalità conseguenti alle sue caratteristiche energetiche. Le modalità sono moltissime e tuttavia ben determinate e descritte dalla chimica organica.

Non posso certamente imbastire un trattatello di chimica improvvisato. Mi limiterò a notare un fatto lapalissiano: quando, nel gioco del lotto, si estrae un numero da un bussolotto ovvero si compie la stessa operazione per mezzo di un computer, la probabilità di uscita di qualsiasi numero tra tutti quelli in gioco è perfettamente uguale alla probabilità di uscita di ciascuno degli altri numeri. Qui, invece, siamo in un caso ben diverso: le interazioni tra i diversi elementi sono tali che la formazione di determinati composti è possibile e anzi molto probabile nelle idonee condizioni chimico-fisiche mentre la formazione di altri composti è semplicemente impossibile. Lo studio della chimica può spiegare le basi materiali della vita e inoltre dovrebbe chiarire che la vita non ha, in sé, nulla di casuale in quanto è determinata dalla natura energetica stessa dell’atomo di carbonio. Può sembrare ridicolo parlare di trascendenza dell’atomo di carbonio, e probabilmente lo è, però, se riflettiamo sul fatto che ogni atomo è costituito essenzialmente da elettroni e protoni (lasciamo da parte i neutroni che in questa sede non ci interessano più che tanto) e che queste particelle subatomiche sono espressioni dell’energia che permea l’universo, allora potrà anche apparire un po’ meno ridicolo parlare di trascendenza dell’energia. Se l’energia è veramente l’entità che dà luogo a tutto ciò che esiste nell’universo, anzi in tutti gli universi, allora possiamo affermare che l’energia è in grado di produrre ordine dal caos mediante la creazione di materia che, energeticamente parlando, non è affatto neutra ma decisamente orientata in certe direzioni e non in altre. Dalla materia emerge poi la vita in cui l’orientamento non casuale aumenta ulteriormente e nella vita emerge, in forma cosciente o non cosciente, l’intelligenza che consente l’analisi delle interazioni e la successiva minimizzazione dei fattori casuali all’interno dei fenomeni biologici. Così, mentre il caos è la norma primigenia dell’universo, da esso emerge normalmente, attraverso le caratteristiche intrinseche dell’energia e della materia, un ordine interno che diviene via via sempre più articolato attraverso una evoluzione che, a mio modo di vedere, rappresenta una sorta di spia dell’intelligenza potenziale dell’energia interstellare. Questa intelligenza determina, attraverso l’evoluzione biologica, anche la produzione della tecnologia che quindi, in ultima analisi, non è affatto creata, ma soltanto scoperta, dai suoi geniali ideatori umani.

Questi concetti sono, a mio parere, abbastanza facili  e abbastanza ovvii perché si possa rifiutare a ragion veduta l’ateismo sedicente “scientifico” di questi ultimi anni come un’invenzione illogica e sostanzialmente contraria agli stessi principi dell’evoluzione biologica e cosmica che lo hanno originariamente ispirato e anche ai sani principi della scienza galileiana e della logica insita nella filosofia greca, principi che a me sembrano assolutamente validi anche al giorno d’oggi.

Renato Massa


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