UN COMMENTO A CALDO SULLA SENTENZA DEL PROCESSO GREEN HILL

Per potere formulare un commento preliminare alla sentenza suddetta è assolutamente necessario riassumere i fatti. Il giorno 29 aprile 2012, un gruppo di una dozzina di animalisti ultras riesce a forzare un cancello ed introdursi all’interno dell’allevamento di cani di razza Beagle di Green Hill a Montichiari, provincia di Brescia. In questa intrusione vi sono diversi aspetti singolari: anzitutto il fatto la forza pubblica sia assente e che gli unici arresti vengano effettuati dai carabinieri, a cose fatte; in secondo luogo il fatto ancora più singolare, che dopo pochi mesi, le responsabilità vengano completamente ribaltate: l’azienda danneggiata dall’intrusione si ritrova indagata per maltrattamenti nei confronti di animali e addirittura deve subire un sequestro e un rinvio a giudizio che, prima ancora di essere giudiziario è assolutamente mediatico. Tutto ciò accade mentre i vandali, arrestati dai carabinieri, trascorrono in prigione soltanto un paio di giorni e poi tornano in libertà per continuare la loro normale vita in attesa di un giudizio che ancora non è venuto. Questa situazione fornisce la misura del degrado che l’Italia ha subito in tema di lotte politiche e sociali, e purtroppo non solo. Gli ultra-animalisti entrati con la forza nei capannoni non soltanto sottraggono un certo numero di cuccioli, ma creano anche molta confusione e riescono a contaminare un ambiente sterile, azione che nei giorni successivi causerà la morte di un certo numero di altri cani, a occhio e croce una cinquantina. I carabinieri, intervenuti sul posto, effettuano dodici arresti e denunciano a piede libero una tredicesima persona. Gli arrestati devono rispondere di accuse che vanno, a vario titolo, dalla rapina al furto pluriaggravato, alla violazione di domicilio, l’invasione di terreni ed edifici e il danneggiamento aggravato, fino alla resistenza e violenza a pubblico ufficiale, dato che qualcuno ha anche scagliato sassi contro i militi. Le prime stime non ufficiali parlano di danni per circa 250 mila euro all’allevamento di proprietà della multinazionale Marshall. Si noti che nessuno degli arrestati (8 uomini e 4 donne) risulta essere di origine bresciana, essendo tutti provenienti per lo più dalla Romagna, Toscana, Piemonte, Veneto, Lazio e Lombardia, una ben condita miscela nazionale. Singolare, ma non troppo anche il fatto che la parlamentare Pdl ed ex ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, si rechi prontamente nelle carceri di Verziano e Canton Mombello (Brescia) per fare visita agli attivisti anti Green Hill arrestati e ivi detenuti. Secondo l’ex ministro il gesto dei manifestanti dà la misura “di quanto sia alto il livello di esasperazione dei cittadini, che non intendono più tollerare la presenza di tale vergognosa attività nel nostro Paese. Le migliaia di persone – aggiungeva – che da mesi hanno messo in campo ogni forma civile di protesta contro Green Hill, interpretano il sentimento di milioni di italiani”. “Presi pubblicamente le loro difese-continua l’ex-ministro – e mi recai nelle carceri bresciane dove erano rinchiusi questi meravigliosi ragazzi, per assicurarmi personalmente delle loro condizioni. In quella occasione ebbi l’ennesima conferma di come l’affollamento e la vetustà delle nostre prigioni non permetta il minimo rispetto dei diritti umani (ma questa, purtroppo, è un’altra brutta storia). Dopo due assurdi giorni di detenzione, davvero inaccettabili in un’Italia dove capita spesso che stupratori e assassini scorrazzino a piede libero, i manifestanti furono rimessi in libertà. Un reato è sempre un reato ma, nella valutazione dei fatti, come riconosce il codice penale, hanno un peso anche le motivazioni per le quali è stato compiuto. Ne tenne conto il GIP di Brescia nel disporre la scarcerazione sottolineando ‘il particolare movente, certamente meritevole di apprezzamento, di evitare la destinazione degli animali alla vivisezione’. E l’avere agito ‘per motivi di particolare valore morale o sociale’ può alleggerire la posizione degli indagati”. Poiché tuttavia la miglior difesa è l’attacco, i protettori degli invasori non si accontentano di vedere il processo ai “meravigliosi ragazzi” rinviato alla primavera 2015. Essi ordiscono un vero e proprio piano di attacco legale contro l’azienda. A tale scopo chiedono di poter visitare l’allevamento per constatare i danni provocati dagli invasori e in tal modo entrano ufficialmente nei capannoni, accompagnati da un loro veterinario, tale dottor Enrico Moriconi, socio onorario della LAV. Dalle informazioni generali raccolte nel corso di questa visita, il dottor Moriconi trae lo spunto per un nuovo ruolo che gli viene repentinamente assegnato: quello di perito del Pubblico Ministero in un processo testé imbastito a seguito di una ispezione della Forestale non già contro gli invasori bensì contro gli invasi. Questi vengono repentinamente accusati del reato previsto dall’art. 544 ter del codice penale (maltrattamento), perché avrebbero sottoposto i cani dell’allevamento a “comportamenti insopportabili per le loro caratteristiche” e inoltre vengono anche accusati del reato previsto dall’art. 544 bis (uccisione di animali) con la motivazione di soppressione ingiustificata di 54 esemplari. Venerdì 23 gennaio 2015. il processo si è concluso con una sentenza che per me personalmente è stata motivo di profonda amarezza, essendo stata in qualche modo riconosciuto la fondatezza di un’accusa che, a mio parere, era molto ingiusta nei confronti di una azienda che, soltanto dal 2003 al 2007, aveva subito 67 ispezioni  che si intensificarono ulteriormente negli anni successivi con l’esplosione del caso mediatico, rendendo lo stabilimento di Montichiari l’azienda più controllata in Italia. Tutte le ispezioni avevano sempre avuto esito positivo (cioè non era mai stata riscontrata alcuna irregolarità), anche quelle più autorevoli del Ministero della Salute e dell’Istituto Zooprofilattico. L’unica ispezione dall’esito negativo, tanto da avere dato luogo all’azione giudiziaria è stata quella del Corpo Forestale, effettuata a seguito della richiesta del PM dopo la visita summenzionata originariamente richiesta per constatare i danni dell’invasione. Pessimo è stato poi il modo in cui la sentenza è stata commentata dai TG, con immagini apologetiche dell’invasione dell’allevamento che veniva implicitamente giustificata come un’azione magari illegale ma certamente meritoria perché liberava i deliziosi cuccioli destinati alla “vivisezione”. Insomma, è impossibile negare che si sia avuta l’immagine odiosa di un processo mediatico che ricordava da vicino quelli delle Guardie Rosse cinesi degli anni settanta e quelli poco successivi dei Guardiani della rivoluzione iraniana di Khomeini, per non parlare delle squadre nere di Mussolini. Certo, di tutto questo il giudice non è assolutamente responsabile e anzi non deve essere stato affatto facile per lui cercare di capire come stessero veramente le cose con un simile strapazzamento mediatico pressoché continuo e martellante, tendente a uniformare allevamento, sperimentazione e maltrattamenti in un’unica realtà da combattere con ogni mezzo legale e, mi spiace dirlo, anche illegale. Anche perché il giudice altro non può fare se non rifarsi alla legge che, in questo caso, consiste nel dl 116 del 1992, scritto con una ricchezza di dettagli che pare quasi destinata a determinare la sostanziale vulnerabilità di qualsiasi allevamento nei confronti delle ispezioni. L’essenza di quattordici pagine si può comunque riassumere nell’articolo 5 che decreta che: (a) gli animali siano tenuti in un ambiente che consenta una certa libertà di movimento e fruiscano di alimentazione, acqua e cure adeguate alla loro salute e al loro benessere, (b) sia ridotta al minimo qualsiasi limitazione alla possibilità di soddisfare i bisogni fisiologici e comportamentali dell’animale, (c) siano effettuati controlli quotidiani per verificare le condizioni in cui gli animali sono allevati, tenuti o utilizzati, (d) un medico veterinario controlli il benessere e le condizioni di salute degli animali allo scopo di evitare danni durevoli, dolore, inutili sofferenze o angoscia, (e) siano adottate le misure dirette a correggere tempestivamente difetti o sofferenze eventualmente constatati. Ebbene, secondo me non esiste alcun dubbio che l’allevamento di Green Hill ha sempre ottemperato perfettamente a questi comandamenti, tanto è vero che tutte le ispezioni effettuate dalla ASL avevano sempre avuto esito positivo. Uno degli aspetti interessanti emersi del processo è in effetti il notevole volume di buone prassi svolte dall’azienda per continuare a migliorare le condizioni dei beagle:  socializzazione dei cuccioli, che venivano letteralmente coccolati e abituati alla presenza dell’uomo: (a) programmi speciali per cuccioli nati sotto peso, per ristabilire la condizione normale, (b) arricchimenti ambientali, costantemente perfezionati, (c) una particolare attenzione nel cambiare e trovare una segatura per i pavimenti sempre migliore, per garantire sia l’assorbenza sia la non eccessiva pericolosità in caso di ingestione involontaria, (d) campagne di vaccinazione contro la parvovirosi, non obbligatoria, ma che ha limitato in modo consistente l’epidemia, (e) una particolare attenzione nel tenere l’ambiente salubre con le anticamere di compensazione dove il personale era obbligato a cambiarsi, così da entrare nei capannoni con tuta e kit adeguato, (f) corsi di aggiornamento per il personale, tenuti anche nella casa madre in USA, (g) regolari videoconferenze sui modi per migliorare le condizioni degli animali e quindi di diminuire la mortalità. Non conoscendo ancora le motivazioni della sentenza non posso e non devo commentare oltre. Mi azzardo tuttavia a ipotizzare che tra qualche mese, quando gli invasori del 2012 saranno finalmente sottoposti a processo, questa sentenza potrà certamente pesare per scusarli ampiamente, e questo sarebbe senza alcun dubbio un altro schiaffo alla giustizia. Renato Massa

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4 pensieri su “UN COMMENTO A CALDO SULLA SENTENZA DEL PROCESSO GREEN HILL

  1. L’ha ribloggato su Cavolate in libertàe ha commentato:
    A me sembra una ripetizione di quanto capitò per il processo alla commissione grandi rischi per il terremoto dell’aquila. Una sentenza costruita su basi alquanto traballanti emanata per soddisfare la sete di sangue del bobolo, che chiedeva un capro espiatorio contro cui prendersela, e coprire persone che avevano maggiori e più gravi responsabilità della CGR. Sentenza poi riformata in appello.
    Vediamo cosa diranno le motivazioni

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